“Non sono, e non sarò mai, tra coloro che cercano un pretesto per una guerra tra la NATO e la Russia”, ha scritto ieri (20 settembre) in maiuscolo su X il primo ministro slovacco Robert Fico. “Rispetto il fatto che il presidente ceco Petr Pavel, in quanto ex generale della NATO, vorrebbe combattere. Pertanto, apprezzerei che rispettasse il fatto che io preferisco la pace”.
Il premier ha aggiunto che la retorica militare occidentale distoglie l’attenzione da problemi come i prezzi dell’energia e l’immigrazione, che i soldati slovacchi non parteciperanno ad alcuna “avventura militare provocata da qualcuno all’interno della NATO” finché sarà primo ministro e che l’articolo 5 offre ancora diverse possibilità di solidarietà nel caso si verificasse un attacco.
Definire Pavel – generale dell’esercito in pensione che in passato ha presieduto il Comitato militare della NATO – come una persona che “vorrebbe combattere” ha trasformato una divergenza politica in un’accusa personale. Diplomatici e commentatori hanno immediatamente definito le parole poco diplomatiche, poiché lasciavano intendere che un presidente di un Paese vicino desiderasse personalmente la guerra, anziché limitarsi a difendere il principio della difesa collettiva.
La questione è particolarmente delicata dato che la Slovacchia condivide con la Repubblica Ceca non solo l’appartenenza a Unione europea e NATO, ma una lunga storia, una lingua simile e la convivenza nel Gruppo di Visegrád.
Come interpretare l’articolo 5?
Le dichiarazioni di Fico sono arrivate dopo che lo stesso premier aveva precedentemente affermato di non voler coinvolgere la Slovacchia in un conflitto “a causa di un certo articolo 5”. Il presidente ceco Petr Pavel ha definito quelle dichiarazioni “del tutto serie” e ha affermato che non dovrebbero essere imitate.
“L’articolo 5 è chiaramente un’espressione di solidarietà e responsabilità reciproca”, ha detto Pavel. “Se qualcuno dice di essere felice di essere membro della NATO ma allo stesso tempo non è disposto a intervenire se qualcun altro viene attaccato, allora non ha compreso il significato della parola solidarietà”. Il presidente slovacco Peter Pellegrini, pur adottando toni più misurati, ha invitato anch’egli alla prudenza, affermando che la Slovacchia non deve mettere in discussione i propri impegni derivanti dall’Alleanza né dare il segnale che sarebbe rimasta a margine in caso di crisi.
Dal suo ritorno al governo nel 2023, Fico ha seguito una linea particolarmente indipendente nei confronti della Russia. Il suo governo ha interrotto gli aiuti militari ufficiali all’Ucraina, sostenendo che le armi contribuiscano soltanto a prolungare la guerra. La Slovacchia rimane fortemente dipendente dall’energia russa e Fico ha ripetutamente invocato una “normalizzazione” dei rapporti con Mosca.
Il 22 dicembre 2024, Fico ha incontrato Vladimir Putin al Cremlino per discutere del transito del gas, dopo che l’Ucraina aveva minacciato di interrompere i flussi, oltre che della guerra e delle relazioni bilaterali. È tornato a Mosca il 9 maggio 2026 per le celebrazioni del Giorno della Vittoria: ha deposto una corona di fiori sulla Tomba del Milite Ignoto, ha avuto un breve incontro con Putin e ha rinunciato a partecipare alla parata militare. Per quel viaggio, gli Stati baltici hanno negato al suo aereo i diritti di sorvolo. Queste visite, eccezionali per un leader dell’Unione europea, hanno suscitato critiche in altre capitali occidentali, che le considerano un indebolimento della politica di isolamento della Russia.
Le reazioni si sono divise lungo linee già note. I media cechi e gran parte dei media slovacchi vicini all’opposizione hanno descritto la stoccata di Fico come un attacco alla coesione dell’Alleanza in un momento caratterizzato dall’aumento delle minacce ibride e degli incidenti con droni. Su X, alcuni utenti lo hanno accusato di ripetere i punti di discussione del Cremlino o di essere un politico “bolscevico” più interessato a evitare di assumersi responsabilità che a perseguire una pace autentica.
I suoi sostenitori hanno invece elogiato il post come un necessario rifiuto dell’escalation e si sono chiesti perché le opinioni di un ex generale dovrebbero prevalere sul dovere di un primo ministro di tenere il proprio Paese fuori dalla guerra. Lo scontro ha messo in luce il crescente divario tra l’attuale governo slovacco e alcuni dei suoi più stretti vicini sulla questione di quanto i membri della NATO debbano spingersi nel sostenere l’Ucraina e nel contrastare la Russia.
L’ultimo scontro pubblico tra Fico e Pavel arriva poche settimane dopo che Fico e il primo ministro ceco Andrej Babiš si sono recati entrambi a Sofia per colloqui con il primo ministro bulgaro Rumen Radev. Fico si è recato in Bulgaria il 4 settembre, mentre Babiš lo ha seguito il 16 settembre.
Nei tre incontri, i leader hanno evidenziato una posizione comune sulla guerra in Ucraina: vogliono che i vertici europei parlino maggiormente di pace piuttosto che di ulteriori armi e finanziamenti per Kyiv, sostenendo che una guerra di logoramento prolungata stia danneggiando le loro economie e i loro sistemi sociali.
Radev ha descritto questi incontri come l’inizio di un raggruppamento dell’Europa centrale che mette la sicurezza dei cittadini davanti al proseguimento del sostegno militare all’Ucraina. Fico presenta la stessa posizione come una coerente “ricerca della pace”, la medesima formula utilizzata quando ha accusato Pavel di preferire la guerra.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.

